L'ultimo dei sette Nomi Sacri non indica una forza né una qualità, ma un esito. Abrahadabra è la parola del compimento, il sigillo con cui si chiude il cerchio del cammino. Nella terza voce della Legge si legge che la fine delle parole è proprio questa Parola. Il Maestro Cornelio la colloca al termine di tutto: dei Nomi, del rito della sera, dei suoi sette principi. Capire perché aiuta a comprendere verso dove tende l'intero insegnamento.
Una parola che chiude
A chi la sente per la prima volta, Abrahadabra può ricordare le formule dei prestigiatori e strappare un sorriso. Nella Legge, però, non ha nulla del trucco. Non è una formula per far accadere qualcosa, ma una parola che sigilla ciò che è già accaduto.
Il suo posto è sempre alla fine. Nel rito della sera arriva al sesto passo, dopo che sono stati pronunciati Nuit e Hadit, il cardine, la formula dell'amore e la sentenza della sera. Nel percorso dei Nomi Sacri viene dopo Thelema e Agape. Nella sequenza dei principi del Maestro corrisponde al settimo, intitolato proprio il compimento. È, in ogni contesto, la parola che dice: il cerchio è completo.
L'unione degli opposti
Il significato che il Maestro attribuisce ad Abrahadabra è l'unione degli opposti. Tutta la Legge è attraversata da coppie: spazio e punto, Nuit e Hadit; volontà e amore, Thelema e Agape; immensità e centro; silenzio e parola; contemplazione e azione. Il cammino non chiede di scegliere un polo e rinunciare all'altro, ma di vederli finalmente uniti.
Questo è un tratto distintivo dell'insegnamento. Molte vie spirituali privilegiano un lato: il ritiro dal mondo o l'impegno nel mondo, la disciplina o l'abbandono. La Legge li tiene insieme. Il compimento non è la vittoria di uno sull'altro, ma la loro riconciliazione.
Gli opposti nella vita concreta
L'unione degli opposti non è soltanto un'idea metafisica. Si manifesta in situazioni molto quotidiane, quando ci si accorge che due esigenze apparentemente in conflitto possono convivere.
- Fermezza e gentilezza. Si può dire un no chiaro con un tono rispettoso. Chi crede di dover scegliere tra essere fermo ed essere gentile finisce spesso per essere duro oppure debole.
- Solitudine e relazione. Si può avere bisogno di tempo per sé e, nello stesso tempo, di legami profondi. Una persona che li vive come alternative si sente sempre in difetto con uno dei due.
- Riposo e azione. La voce della Forza chiede di agire nel presente, ma la voce della Fiamma chiede di raccogliersi. Il compimento sta nel ritmo che li alterna, non nell'eliminazione di uno.
- Individualità e appartenenza. Ogni essere è una stella con la propria orbita, ma ogni stella vive nello stesso cielo. Essere pienamente se stessi non contraddice il sentirsi parte del tutto.
Un esempio
Una persona molto attiva, abituata a riempire ogni ora, comincia a praticare il rito della sera. Nelle prime settimane vive quel tempo come una sottrazione alla produttività. Poi si accorge che le giornate seguite da una sera di silenzio sono più lucide, le scelte più chiare. Silenzio e azione, che le sembravano in competizione, si rivelano parti di un unico movimento. È un piccolo Abrahadabra vissuto.
Come si pronuncia nel rito
Il Maestro indica di scandire Abrahadabra sillaba per sillaba, come formula di realizzazione:
A – bra – ha – da – bra
Ogni sillaba viene pronunciata a voce bassa, separata dalla successiva da un breve silenzio, come un rintocco. Dopo l'ultima sillaba non si aggiunge nulla per qualche istante. Si lascia che la parola si spenga. Solo dopo si passa al settimo passo del rito, con la frase finale e il silenzio.
Qualche accorgimento utile:
- Non accelerare verso la fine: l'ultima sillaba merita lo stesso tempo della prima.
- Mantieni lo sguardo sulla fiamma della candela, se stai celebrando il rito.
- Se perdi il ritmo, non ricominciare da capo: completa la parola con calma.
Il compimento non è una fine
C'è un'ultima sfumatura. Abrahadabra chiude il cerchio, ma il cerchio, nella Legge, si percorre di nuovo. Ogni rito della sera termina con questo sigillo, e la sera successiva il rito ricomincia. Il compimento non è un traguardo dopo il quale non resta nulla da fare: è la forma che ogni ciclo prende quando è stato vissuto per intero. Per questo, dopo Abrahadabra, il Maestro non aggiunge altro.
In sintesi
- Abrahadabra è l'ultimo dei Nomi Sacri: il sigillo del compimento e la fine delle parole.
- Il suo significato è l'unione degli opposti che attraversano tutta la Legge.
- Fermezza e gentilezza, solitudine e relazione, riposo e azione possono convivere: è il compimento nella vita concreta.
- Nel rito si scandisce sillaba per sillaba, a voce bassa, lasciando che si spenga nel silenzio.
- Il compimento non è una fine definitiva: è la forma di ogni ciclo vissuto per intero.